CHIAVARI – Miei carissimi fratelli sacerdoti, sia del clero diocesano di Chiavari, sia religiosi, che qui vedo particolarmnete numerosi, il Signore rinnova oggi per noi la grazia di trovarci insieme e di chiedere che sia ravvivato il dono di Dio che ci è stato dato con l’imposizione delle mani. E ancora una volta desiderio ringraziare il Signore per questo momento ed esprimere la mia gioia sincera per poter godere della vostra fraternità, dell’affetto che sento da voi circondare il mio miniustero di Vescovo convinto come sono della necessaria la compenetrazione tra il ministrero episcopale e quello del presbiterio. Quest’anno esprimo a voi particolare gratitudine per l’impegno serio che avete assunto di consolidare la consapevolezza dell’essere preti, a partire dall’impulso offerto dall’anno sacerdotale che non si è esaurito nel ciclo di un anno ma ha esteso la sua efficacia oltre, con il coraggio di affrontare le circostanze che viviamo. Un tempo segnato dal cambiamento rilevante che caratterizza i nostri giorni e che a volte sembra mettere in discussione il nostro ruolo. In tale clima può sorgere un sentimento di inutilità, e la tentazione di un adattamento riduttivo agli interessi che il nostro mondo sembra privilegiare, ma questo non sarebbe un cercare gratificazioni a basso prezzo? Ecco il valore del desiderare e di cercare ciò che è autentico della vita sacerdotale per esservi fedeli. Entro quindi con voi in questa riflessione sui fontamenti: l’essere sacerdote è un dono. Ritengo bello richiamare oggi, alla vigilia della sua beatificazione, l’espressione usata dal papa Giovanni Paolo II con la quale sintetizzava così la sua riflessione sulla propria vita sacerdotale dopo 50 anni di ordinazione: “Dono e mistero”. Se è dono di Dio non è frutto di nostri progetti, dei nostri programmi, di nostre conquiste, ci ha raggiunti indipendentemente dai nostri sentimenti, è gratuito disegno di Dio da custodire, da non manipolare, da non sciupare. E’ dunque mistero, irriducibile alle analisi sociologiche, alle classificazioni, irriducibile ai criteri di valore usati del mondo. Ci mette a contatto con l’agire di Dio, che opera nella storia degli uomini, a cominciare proprio dalla nostra storia personale, toccata dall’elezione divina: perchè hai chiamato me? Mi ha colpito al riguardo la riflessione di Benedetto XVI nel suo libro “Gesù di Nazareth”, quando considerando la chiamata degli Apostoli osserva: “La chiamata dei discepoli è un evento di preghiera. Essi vengono per così dire generati nella preghiera, nella dimestichezza col Padre. Così la chiamata dei Dodici, ben al dilà di ogni aspetto soltanto funzionale, assume un senso profondamente teologico. La loro chiamata nasce dal dialogo del Figlio col Padre ed è in essa ancorata”. Dunque questa chiamata trova in questo dialogo la fonte ma anche la continuità, dunque la vita, ancorata al dialogo fra il Figlio e il Padre. Ecco il Mistero. Il Mistero della nostra chiamata, l’unica realtà che giustifica il nostro essere preti, il nostro essere qui oggi. Per questo possiamo trattare i misteri di Dio, per questo l’Apostolo Paolo si rivolge anche noi dicendo “Tu, uomo di Dio”, come diceva anche a Timoteo. Per questo il nostro compito rimane quello di rendere familiare Dio agli uomini. Ancora il Papa Giovanni Paolo II: “Se si analizzano le attese che l’uomo contemporaneo ha nei con fronti dei sacerdoti, si vedrà che in fondo in lui c’è una unica grande attesa : la sete di Cristo. Il resto, ciò che serve sul piano economico, sociale, politico lo può chiedere a tanti altri. Al sacerdote chiede Cristo”. E noi abbiamo detto “sì” a quasta chiamata. Essa attraversa i tempi della nostra vita, attraversa anche i nostri cambiamenti. “Eccomi”. Non inseguiamo le forme che mutano, ma cerchiamo di portare la perenne novità del Vangelo. In questo modo non saremo dei conservatori. Se porteremo la perenne novità del Vangelo. Proprio nei tempi dei più vorticosi cambiamenti, delle ricerche più affannose di ciò che conta fra gli uomini, l’apparire, il successo, offriamo la certezza che il Vangelo porta il vero cambiamento, quello che sconvolge il mondo. Il Vangelo continua ad essere la parola che penetra i cuori come una spada a doppio taglio, stravolge le prospettive, riconsegna davvero l’uomo a se stesso, provoca a nascere di nuovo, a nascere dall’alto. Nel cambiamento Dio resta fedele agli uomini e a noi chiede fedeltà. Il nostro cambiamento, quello che dobbiamo proporre, è quello di avvicinarci sempre di più all’autenticità della vita evangelica, a Dio che il Figlio Gesù ci ha rivelato, principio della vita dell’uomo. Nell’andare alla radice del Vangelo, a Gesù Vangelo vivente, si ritrova quello che salva l’uomo, rispetto agli utilitarismi che segnano il nostro tempo: significa ritrovare le logiche che hanno segnato la vita e la morte, la risurrezione del Signore. E queste logiche, offrirle agli uomi, farle loro ritrovare, perchè significa andare al cuore della realtà, al cuore della vita, al cuore della propria umanità. Questo sarebbe un grande cambiamento da insinuare nelle pieghe della vita quotidiana. Fa parte di questo impegno l’unità fraterna del nostro presbiterio: “Siano una cosa sola come io e te, Padre, siamo una cosa sola. E così il mondo creda che tu mi hai mandato”. Questa unità non è solo ad uso nostro, per consolarci, per sostenerci, per aiutarci, ma è un segno che si fa testimonianza credibile a vantaggio della nostra Chiesa, delle nostre comunità, dell’intera comunità degli uomini, un segno più forte, in un mondo disgregato dall’individualismo, incredulo, se non vede. Credo che questa unità rafforzata diventi cambiamento. Di fronte a tutti i cambiamenti, questa unità io voglio servire. In essa vogliamo tutti crescere e io ringrazio il Signore per questa volontà che regge la vita del nostro presbiterio. Con questo senso di unità, vi invito a pensare anche ai confratelli ammalati, a quelli che si sentono soli, a chi non è qui oggi, a quelli che svolgono il ministero in terre lonatane e lo fanno a nome di tutti noi, a don Maurizio, a don Mario che è con lui in questo periodo. Per loro preghiamo, facciamo giungere anche a loro l’augurio di buona e santa Pasqua che ci rivolgiamo.
E termino con un fuori programma. Poco prima della Messa don Luigi Oliveri ha portato una lettera della comunità musulmana di Mezzanego, che raccoglie molti musulmani del Tigullio. Scrivono: “Caro amico Mons. Alberto Tanasini, Vescovo di Chiavari, la Pasqua, la festa religiosa per i nostri fratelli cristiani, è il giorno in cui Gesù è risorto, sconfiggendo la morte, salvandoci dal peccato, che secondo le Scritture sarebbe avvenuto il terzo giorno successivo alla sua morte sulla croce, secondo il credo cristiano. La comunità musulmana del Tigullio rappresentata dall’associazione “Amici della pace” ha il piacere di presentare il suo augurio di serenità e di pace verso i loro fartelli cristiani cattolici, rappresentati dal Vescovo di Chiavari, e vi siamo spiritualmente vicini in questi giorni santi. Vogliamo presentare il nostro forte ringraziamento per il messaggio di auguri da lei mandato alla nostra comunità di mezzanego per la nostra festa di fine ramadam, da cui la nostra società ha considerato molto questo sguardo dalla sua parte come un segno importante che ci ha dato un senso profondo”. Ringrazio Dio di questo augurio, di questa presenza. La credo significativa in questo tempo in cui sono facili le contrapposizioni e la mancanza di accoglienza. Che il Signore benedica questi sentimenti e ci aiuti.
(appunti non rivisti dall’autore)












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