BANGUI – Mentre questa sera al centro Cantagalletto di Savona si terrà una cena di beneficenza per il Centrafrica, alla presenza della missionaria Ione Bertocchi, ci arriva la testimonianza di Padre Federico Trinchero, missionario carmelitano da Bangui, capitale del Paese. Eccola: “Nella seconda metà del mese di febbraio sono venuti a trovarci padre Emilio, il padre Vicario del nostro Ordine, padre Marco, il nostro provinciale, e fra Claudio, mio compagno di noviziato. Nonostante l’insicurezza, e con molto coraggio, i nostri confratelli sono riusciti a visitare tutte le nostre cinque missioni, attraversando il Centrafrica in macchina e in aereo, dormendo in alberghi di fortuna, distribuendo parole e generi di conforto. Non potete immaginare come la loro visita ci abbia fatto piacere e come la loro semplice presenza ci abbia rincuorato e permesso di sperimentare, ancora una volta, la vicinanza di tutti i confratelli e le consorelle del nostro Ordine. Qui al Carmel di Bangui i nostri ospiti sono arrivati con un volo dell’ONU e la loro visita è stata breve ma intensa. La mattina della partenza li abbiamo accompagnati all’aeroporto di buon’ora. Con me sono venuti anche fra Felix, fra Martial e André, il nostro autista tutto-fare. A meno di 1Km dall’aeroporto, costatiamo che la strada è interrotta da barricate e da alcuni pneumatici in fiamme. Un giovane grida verso di noi: “Dove credete di andare? Qui si muore tutti!”. “Parla per te, caro il mio anti-balaka!”, vorrei rispondergli. Ma, per fortuna, i nostri ospiti non conoscono la lingua locale. Siamo costretti a fare marcia indietro e cerchiamo di raggiungere l’aeroporto da una strada laterale. Vorrei tanto approfittare della situazione per prolungare il soggiorno dei miei confratelli, ma non posso permettermi di fargli perdere l’aereo. Lungo la strada attraversiamo una zona controllata da un grande numero di anti-balaka. Arriviamo infine all’aeroporto e, dopo aver superato il check-point dei militari francesi, raggiungiamo il parcheggio. Mentre scarichiamo i bagagli, cominciamo a sentire i primi spari. Ci precipitiamo al check-in. Il comandante dell’aereo informa che la partenza è anticipata, anche se dovesse partire con due soli passeggeri. Le formalità si svolgono rapidamente. Saluto i miei confratelli e il Vicario mi sussurra: “ Federico, penso sia bene che attendiate un po’ in aeroporto prima di ripartire”. Mai l’obbedienza mi è stata più facile. Partiti i nostri tre confratelli, ci consultiamo sul da farsi. Sono le 8 del mattino. Un proverbio, di quelli tramandati in latino dal buon padre Nicola, offre tre preziosi consigli di sopravvivenza, utili anche in casi del genere: “Nella vita è bene stare sempre davanti ai buoi, dietro i cannoni e lontano dai superiori”. I buoi sono al sicuro nella stalla del convento. I superiori sono anche loro al sicuro sull’aereo e tra poco saranno veramente lontano. Restano i cannoni. Ci voltiamo e, nel parcheggio dell’aeroporto, vediamo schierati davanti a noi una dozzina di carri armati francesi. Quindi, almeno per ora, siamo giusto dietro i cannoni. Pochi metri più in là, dalle vetrate dell’ingresso dell’aeroporto, osserviamo, attoniti, la guerra in diretta. Gli spari si susseguono senza tregua e colonne di fumo si alzano lungo la via di accesso principale all’aeroporto. La gente fugge. Donne e bambini invadono l’aeroporto. Ad un certo punto i cecchini francesi, posizionati sul tetto dell’aeroporto cominciano a sparare pure loro… sopra le nostre teste. I colpi sono fortissimi. Ci sdraiamo per evitare che ci raggiunga qualche pallottola vagante. Dopo un po’ di tempo, riteniamo che sia più prudente mettersi dietro un muro in cemento, piuttosto che dietro le vetrate. Provo ad alzarmi, ma il rumore di una mitragliatrice mi fa rimbalzare per terra. Tutti i bambini si mettono a ridere gridando: “Mounjou a kwi! (L’uomo bianco è morto)”. “Mounjou a kwi ape (L’uomo bianco non è morto… e non ne ha nessuna voglia), rispondo ai miei simpatici compagni di avventura. Riusciamo comunque a raggiungere una posizione più riparata. Ci sdraiamo, mentre gli spari continuano per qualche ora. Telefoniamo ai nostri confratelli assicurandoli che stiamo bene e chiedendo se, dalla radio, riescono a capire cosa stia succedendo. Ma, a quanto pare, loro ne sanno meno di noi. Per occasioni del genere, il Manuale del carmelitano perfetto, che per fortuna non esiste, ma questo paragrafo tutti lo conoscono a memoria, è perentorio: “Nulla ti turbi. Nulla ti spaventi. A chi ha Dio nulla manca. Dio solo basta”. Provo a pregare, ma non ci riesco. Sparo solo qualche Ave Maria. Mi viene spontaneo ringraziare il Signore perché, dopo aver accolto dei profughi, per qualche ora sono profugo anch’io; e ho la grazia di vivere quella precarietà che la mia gente vive da mesi e di condividere questo momento con i miei confratelli. Verso mezzogiorno gli spari sembrano cessare e i carri armati si allontanano. Saliamo in macchina per tentare di ritornare a casa. Al check-point i militari francesi ci incoraggiano: “Ma dove crede di andare, mon père? Sparano ancora dappertutto. Se vuole proseguire, è a suo rischio e pericolo”. Ovviamente desistiamo. Facciamo marcia indietro e proviamo ad immaginare il resto della giornata. Come e quando torneremo a casa? Passeremo qui la notte, chiedendo di riservare per noi una tenda tra i centomila profughi dell’aeroporto? Dopo circa un’ora, mentre stiamo cercando di mangiare qualcosa, ci accorgiamo dell’arrivo di un’ONG che conosciamo bene. Organizzano un convoglio per evacuare alcuni colleghi rimasti bloccati come noi. Chiedo se possiamo unirci anche con noi. Accettano. In pochi secondi il convoglio è formato e, velocissimi, abbandoniamo l’aeroporto. Lungo il tragitto preghiamo tutti i santi del paradiso perché ci proteggano. Attraversiamo quartieri deserti, per i quali non passavamo da mesi, perché considerati ‘zona rossa’. Le case sono distrutte o incendiate, i tetti in lamiera divelti, nessun negozio, pochissime persone e carcasse di macchine: Gesù mio, com’è brutta la guerra! Alle 14 siamo finalmente in convento. Riabbracciamo i confratelli. E poi faccio una breve visita in chiesa per ringraziare il Signore di averci fatti ritornare a casa sani e salvi.
Per questo motivo la nostra comunità, dopo tre mesi di emergenza, è stata costretta a fare un discernimento. Sul tavolo del capitolo conventuale quattro ipotesi. La prima: mandare a casa tutti i nostri profughi. La seconda: andarcene via noi e lasciare il convento ai profughi. La terza: aspettare che i profughi se ne vadano per poter riprendere la nostra vita normale. La quarta: provare a fare i frati con migliaia di profughi attorno al convento. La prima e la seconda ipotesi non le abbiamo mai prese seriamente in considerazione, se non durante la ricreazione o quando siamo un po’ stanchi. La terza è stata scartata perché dovremmo aspettare troppo, nessuno sa fino a quando. E poi avevamo una voglia matta di tornare a fare i frati a tempo pieno. La quarta ipotesi, quindi, è stata votata favorevolmente all’unanimità. Abbiamo così raccolto la sfida di fare i frati in un convento con annesso un campo profughi… certi della benedizione di Papa Francesco e dell’approvazione del Padre Generale.”












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